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L’ictus è la seconda causa di morte dopo le malattie cardiovascolari, causando circa il 10% di tutti i decessi nei Paesi ricchi (World Health Organization) e rappresenta la principale causa d’invalidità e la seconda causa di demenza.
Per questo uno degli obiettivi delle Regioni italiane è di realizzare delle unità di pronto soccorso, denominate stroke unit, appositamente per la cura dell’ictus. È stato dimostrato che una terapia attuata entro 3 ore dalla comparsa dei sintomi di ictus è in grado di ridurre la mortalità ed il grado di invalidità post-ictus.
In particolare rispetto al trattamento in un reparto tradizionale, la cura dei pazienti affetti da ictus in una stroke unit è stata associata ad una diminuzione del 20% del rischio di decesso o di conseguenze disabilitanti a due anni dalla dimissione (Lancet, 2007).
La realizzazione delle stroke unit in Italia è appena agli inizi se si pensa che solo un ospedale ogni sette ne ha organizzata una. In Italia sono infatti circa 200 di cui 31 solo in Lombardia.
“La creazione di questa nuova organizzazione del pronto soccorso per il trattamento degli ictus è simile alla riorganizzazione che si è avuta a partire dagli anni ’70 per l’infarto. L’infarto miocardico è il corrispondente dell’infarto al cervello: se si interrompe un canale di irrigazione ad un campo, l’erba muore. Lo stesso per il cervello.” A spiegarlo è il dott. Eugenio Quaini, coordinatore dell'osservatorio della società italiana di cardiochirurgia.
“Sono stati necessari circa 15 anni per organizzare gli ospedali per un trattamento efficace dell’infarto ed oggi siamo forse a metà strada per l’organizzazione delle strutture di intervento sull’ictus.
Come per l’infarto anche l’ictus deve essere trattato in tempi brevi e per farlo “sono necessari soprattutto adattamenti organizzativi: avvicinamento delle strutture di diagnosi al pronto soccorso e identificazione della persona in grado di decidere la cura”.
“Le strutture per la diagnosi come TAC, risonanza magnetica e angiografia non sempre sono vicini al pronto soccorso e a volte è necessario organizzare un secondo trasporto in ambulanza per poterli eseguire.” spiega Quaini. Gli ospedali dovrebbero quindi prevederle contigue al pronto-soccorso. Intervenire in tempo è infatti un fattore determinante per la cura perché ad esempio una delle cure più efficaci, la trombolisi, non è più indicata dopo le 3-6 ore dall’evento acuto. Quando è possibile utilizzare la trombolisi (sui pazienti dove non c’è rischio di emorragia), la somministrazione entro le tre ore aumenta del 12% il tasso di recupero completo del paziente (NINDS, 1995).
Il dott. Quaini continua il suo parallelo tra ictus e infarto parlando anche dei problemi legati al processo decisionale, identificando “un conflitto di potere su chi debba essere a scegliere la cura. Per l’infarto c’erano i cardiologi emodinamisti ed i cardiologi clinici che potevano intervenire. Oggi la competenza è stata definita: sono infatti questi ultimi a vedere il paziente per primi ed inviarli ai cardiologi emodinamisti per l’intervento.
In neurologia è più complesso perchè sono quattro le figure da coordinare: il neurologo clinico, il neuroradiologo, il cardiologo emodinamista ed il rianimatore. Ma è necessaria in ogni ospedale una sola figura che possa decidere velocemente la cura da seguire dato che spesso sono presenti tutti e quattro contemporaneamente.”
La creazione di una stroke unit deve tenere conto che, tra i molti requisiti obbligatori, appare fondamentale l’identificazione della persona responsabile per la scelta della cura.