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Nel secolo scorso si sono sviluppate molte tecniche d’intervento con la nascita e la crescita delle discipline mediche. Alcune di queste metodologie si sono poi dimostrate utili per stesse patologie, permettendo quindi la scelta in base alle condizioni del paziente. Oggi le discipline mediche cooperano sempre più ed iniziano ad operare assieme per raggiungere risultati migliori.
Gli interventi al cuore sono un esempio attuale di questa integrazione di diverse discipline mediche.
Il primo intervento cardiochirurgico andato a buon fine fu eseguito nel 1896 da Ludwing Rehn, un medico tedesco che curò una lesione al ventricolo destro.
Da allora la cardiochirurgia si è evoluta come unica metodologia di intervento al cuore fino a quando a metà del 1900 venne inventato un nuovo modo di intervenire con l’utilizzo del catetere. Uno dei primi interventi di questo tipo fu eseguito nel 1948 a Praga.
Le due discipline si sono evolute in modo distinto e spesso in competizione tra loro. Per ogni paziente si valutava la metodologia migliore per intervenire in base alle sue condizioni e veniva poi gestito direttamente dal team di medici scelto.
Da qualche anno queste due discipline hanno iniziato a collaborare anche grazie al dott. Cheatman professore alla Columbia University che dall’Ohio, Stati Uniti, propone un approccio ibrido che combini i vantaggi della miniinvasività dell’utilizzo del catetere con quelli di accuratezza dell’intervento chirurgico.
In Italia questo approccio è stato utilizzato, ad esempio, presso il Policlinico San Donato dove sono stati eseguiti regi interventi ibridi per i difetti interventricolari nei bambini. “Si è deciso di operare assieme, chirurghi e emodinamisti, perché da sempre prendiamo le scelte in modo integrato e in particolare le operazioni sui difetti interventricolari sui bambini presentavano spesso problemi con entrambe le tecniche. Oggi il cardiochirurgo apre e permette all’emodinamista di inserire il catetere da una posizione più favorevole”, spiega il dott. Massimo Chessa emodinamista interventista del cardiopatico congenito pediatrico e adulto presso il Policlinico San Donato.
Oggi le patologie curate in questa modalità sono ancora limitate in numero ma saranno sempre più importanti. Ad esempio, “al fine di mantenere la circolazione sistemica nella cuore sinistro ipoplasico”, spiega Chessa ”i chirurghi possono eseguire un bendaggio bilaterale delle arterie polmonari, mentre un cardiologo interventista pone uno stent nel dotto arterioso al fine di mantenerne la pervietà. Questo evita la necessità di un by-pass cardiopolmonare per il primo stadio dell’operazione di Norwood. A una data successiva (circa 6 mesi più tardi), vengono rimossi i bendaggi dalle arterie polmonari, riparata la valvola aortica ed eseguita una Glenn (combinando efficacemente la fase Ie II dell’operazione di Norwood in una sola fase), successivamente può essere eseguita una Fontan. Un'altra alternativa innovativa riportata di recente riguarda la tecnica chirurgica dell’operazione di Glenn, che potrebbe essere effettuata senza staccare la vena cava superiore dall’atrio destro in modo che successivamente possa essere possibile mettere uno stent ricoperto tra la vena cava inferiore e la Glenn ottenendo, quindi, il completamento della Fontan mediante una tecnica percutanea . Altri approcci ibridi intraoperatori includono chiusura del difetto interventricolare. Le indicazioni principali sono i difetti interventricolari medio muscolari o apicali che possono rivelarsi di difficile accesso durante l’intervento chirurgico. L'approccio ibrido consiste nella chiusura del difetto attraverso sternotomia mediana, ma senza l'uso di bypass cardiopolmonare, impiantando un device attraverso il ventricolo destro il tutto sotto guida ecocardiografica. Allo stesso modo può essere effettuata una procedura di stenting intraoperatorio delle arterie polmonari distali con contemporanea guida fluoroscopica."
L’approccio ibrido – conclude Chessa - “è una nuova filosofia dove le tecnologie non sono più dominio del singolo specialista ma devono essere sempre più integrate, E’ un nuovo modo di lavorare in cui specialità diverse collaborano assieme per ottenere i benefici di tutte e due le procedure”.