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La medicina rigenerativa rappresenta un innovativo campo di ricerca e di applicazione che può rivoluzionare la cura delle malattie degenerative. Si vanno infatti diffondendo studi che lasciano intravedere un futuro in cui le cellule staminali dei tessuti adulti potranno essere usate per sostituire tessuto necrotico.
“Le cellule staminali - spiega Federico Quaini, Professore di Oncologia presso l’Università di Parma - sono dotate della capacità di transdifferenziare dando origine a cellule appartenenti a tessuti diversi”. Esperimenti iniziati una decina di anni fa hanno infatti dimostrato che una cellula staminale presa da un organo era in grado di generare cellule di altri organi.
Per il momento però, le uniche cellule totipotenti che possono garantire una ricostituzione completa di qualsiasi organo sono le cellule staminali embrionali. Ma il ricorso a queste ultime solleva, oltre a problemi di ordine etico, un irrisolto problema biologico in quanto inducono rigetto, operando necessariamente in condizioni di trapianto eterologo. Per ovviare a questo limite sono state recentemente fatte due importanti scoperte scientifiche che hanno reso possibile la creazione di cellule pluripotenti autologhe e cioè ottenibili dagli stessi pazienti. In un caso con la tecnica SCNT (Somatic Cell Nuclear Transfer) si inserisce il nucleo di una cellula adulta nel citoplasma di un oocita enucleato e nel secondo caso riprogrammando attraverso manipolazioni geniche cellule adulte a diventare cellule simil embrionali chiamate iPS (induced Pluripotent Cells). Tuttavia, queste due tecniche soffrono di una ridotta efficienza e del rischio clinico per l’impiego di virus.
Negli ultimi anni, è stato dimostrato che, per la rigenerazione dei tessuti, è possibile sfruttare anche la potenza delle cellule staminali adulte. “In particolare - sottolinea il Prof. Quaini - esperimenti sull’animale hanno documentato la plasticità di queste cellule, indicando la loro capacità di riparare un tessuto danneggiato, indipendentemente dalla loro origine”. Gli esperimenti più rilevanti sono stati finalizzati alla rigenerazione del tessuto cardiaco, nella cura dell’infarto acuto.
Con il dilagare di obesità e cattivi stili di vita, le malattie cardiovascolari sono sempre più frequenti. Fortunatamente, se i soccorsi sono tempestivi, all’infarto si può sopravvivere, ma proprio l’aumento dei tassi di sopravvivenza, unito ad un’aspettativa di vita sempre maggiore, sta portando ad un incremento dei casi di insufficienza cardiaca. In quest’ottica, le staminali adulte per la rigenerazione del tessuto cardiaco risultano le candidate favorite per rendere il cuore di chi ha subito un infarto completamente funzionante.
Inizialmente, gli studi si sono concentrati sull’utilizzo di due tipi di cellule staminali: quelle del muscolo scheletrico e quelle del midollo.
“Purtroppo, in entrambi i tentativi - spiega il Prof. Quaini - la rigenerazione dei tessuti ha dovuto scontrarsi con alcune difficoltà: nel caso del ricorso alle cellule del muscolo scheletrico, si sono infatti manifestati degli eventi aritmici, che hanno reso necessario l’uso di pacemaker, riducendo molto la praticabilità di questa tecnica. Inoltre, i mioblasti scheletrici non essendo in grado integrarsi elettricamente con le cellule cardiache e di generare arterie e capillari non garantiscono la ricostruzione di tessuto funzionalmente competente. Per quanto riguarda invece le cellule midollari, sono le più conosciute dall’uomo e agevolmente reperibili, ma permangono limiti di efficacia: a quattro settimane dalla loro iniezione in un infarto sperimentale, si osservano infatti elevati livelli di proliferazione ed una scarsa differenziazione del tessuto neoformato”.
Questi studi dunque, pur garantendo un miglioramento della funzione cardiaca, consentono una ricostruzione solo parziale del tessuto, a causa della ridotta capacità di transdifferenziazione e maturazione delle cellule.
Alcuni gruppi di ricerca, come quello di Parma, stanno però cercando una terza via per la rigenerazione cardiaca, partendo da un presupposto: le cellule staminali residenti sono le più efficaci nel rigenerare il tessuto di appartenenza.
A dare concretezza all’ipotesi è stato un ricercatore italiano, Piero Anversa, che da quasi 30 anni dirige lo studio delle patologie cardiache al New York Medical College ed attualmente opera al Brigham & Womens Hospital di Boston. Il gruppo di studio, a cui ha preso parte anche il Prof. Quaini, ha prima di tutto dimostrato la presenza di cellule staminali nel cuore umano dimostrando che queste ultime sono in grado di rigenerare tutte le componenti del tessuto cardiaco. “Il fatto che da piccoli frammenti di cuore umano possiamo produrre cellule multipotenti in grado di ricostruire sia il muscolo sia le arterie sia i capillari - sottolinea Quaini – assolve il requisito fondamentale per l’efficacia di qualsiasi tentativo di rigenerazione cardiaca e queste cellule hanno proprio questa potenzialità di generazione multilineare”.
Sebbene per questi esperimenti sia necessario restare in attesa di risultati definitivi, le cellule staminali sembrano davvero la soluzione a cui puntare per salvare cuore e vasi danneggiati.