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Secondo i dati dell’OMS l’8,7% dei pazienti ospedalizzati presenta un’infezione contratta in ospedale, detta infezione nosocomiale. In Italia i dati variano molto da ospedale ad ospedale e recenti indagini multicentriche hanno verificato tassi del 7,8% in Piemonte, 4,9% in Lombardia, 6,9% in Veneto e 4,5% in Toscana; una dimostrazione che il problema è presente in modo ancora diffuso.
A spiegarlo è stato il dott. Paolo Ferrazzi, Direttore del Dipartimento Clinico e di Ricerca Cardiovascolare degli Ospedali Riuniti di Bergamo, durante l’incontro del Futuro della Sanità tenutosi il 19 maggio a Milano.
L’80% delle infezioni ospedaliere si concentra in quattro siti: nell’apparato urinario (principalmente a causa del cateterismo vescicale), nei polmoni, nelle ferite chirurgiche e nel sangue (Weinstein, 1998). Il dato è ancora più importante se si considera che circa il 30% delle infezioni ospedaliere potrebbero essere evitate (Haley, 1992) con conseguente risparmio di vite e di costi sanitari derivati da degenze prolungate, maggiori costi di cura e richieste di risarcimento danni.
Le infezioni negli ospedali continuano quindi a rappresentare un problema rilevante per la Sanità Pubblica. Le infezioni ospedaliere sono inoltre un importante e sensibile indicatore della qualità dell’assistenza prestata in termini di igiene ambientale, comportamenti, pratiche professionali ed assetti organizzativi.
L’attenzione al problema era nata nel 1847, quando il dott. Ignaz Semmelweis impose ai suoi studenti di medicina di lavarsi le mani prima di iniziare a lavorare. Un fatto che fece scendere la mortalità per febbre puerperale dal 16 al 2 percento. Da allora molti hanno studiato il tema per ridurre il suo impatto: da Pasteur con la Teoria dei Germi, agli inventori dei primi antimicrobiali degli anni ’30, agli organizzatori della prima Conferenza internazionale sulle infezioni nosocomiali del 1970. Oggi si stanno definendo gli standard per le certificazioni di qualità degli ospedali anche sul tema infezioni.
Per realizzare programmi efficaci di prevenzione delle infezioni nosocomiali diventa necessario effettuare indagini sull’incidenza di tali infezioni nei singoli ospedali e reparti. E’ inoltre fondamentale conoscere l’uso ed il consumo di farmaci antibatterici, che spesso contribuiscono all’aumento delle infezioni ospedaliere se utilizzati in maniera inappropriata. L’OMS ha infatti constatato che la prima causa delle infezioni ospedaliere è proprio l’antibioticoterapia e la chemioantibioticoprofilassi.
Le infezioni ospedaliere costituiscono una sfida importante, sia per la comunità scientifica che per il SSN, dal momento che comportano plurime implicazioni per il cittadino sul piano della sicurezza e su quello deontologico ed economico. Pertanto, la conoscenza quantitativa e qualitativa dell’argomento, e conseguentemente l’applicazione di sistemi strutturati di sorveglianza delle infezioni ospedaliere, sono diventati attualmente un obbligo etico-professionale che si inserisce nel sistema più ampio di gestione del risk management.
I passi principali perché un ospedale si possa organizzare per minimizzare le proprie infezioni sono:
1. presenza di un gruppo dedicato al controllo del rischio infettivo
2. formazione e presenza di personale qualificato, in particolare di infermieri
3. partecipazione di ogni struttura a programmi di sorveglianza del fenomeno
4. adozione di standard di comportamento comuni a tutto il territorio nazionale (es. lavaggio mani, isolamento pazienti infetti, adozione corretta dei mezzi di barriera, pulizia, disinfezione e sterilizzazione, procedure per l’utilizzo dei devices – cateteri, profilassi vaccinale)
5. sistematica adozione ed attuazione di programmi di sorveglianza e controllo
Queste misure devono essere accompagnate anche da interventi edili impiantistici per rendere le strutture più adeguate ai moderni standard di assistenza.
Una reale svolta potrà avvenire con l’aiuto di strumenti normativi e di verifica ma soprattutto
attraverso una forte e costante azione a livello programmatorio ed organizzativo, un forte impegno scientifico e professionale ed una maggiore coscienza ed attenzione da parte dei pazienti.