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Secondo una ricerca condotta lo scorso anno, una persona su tre, il 31% degli Italiani, soffre in qualche modo di disturbi legati al reflusso gastro-esofageo, cioè la risalita di materiale acido dallo stomaco verso l’esofago che ne causa l’irritazione.
La malattia da reflusso gastro-esofageo si verifica sia per fattori comportamentali che per situazioni anatomo-funzionali.
“Questa condizione è legata in parte a fattori di stress, di cattiva alimentazione e ad abitudini sedentarie, tanto che in Paesi come gli Stati Uniti, dove il lavoro è più precario, la percentuale di persone che ne soffre è ancora superiore” spiega il Prof. Pier Alberto Testoni, direttore della cattedra di gastroenterologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele e dell’Unità Operativa di gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell’ospedale San Raffaele.
Il reflusso gastro-esofageo può essere generato da altre cause, oltre ai fattori comportamentali, come il non corretto funzionamento della valvola che impedisce il flusso dallo stomaco all’esofago, il cardias, o un rallentamento dello svuotamento gastrico, che determina un aumento di pressione a livello gastrico. L’ernia iatale è la causa anatomica che più frequentemente si associa al reflusso, mentre i calcio-antagonisti ed i nitroderivati sono i farmaci che più frequentemente inducono un rallentamento della motilità gastrica. Anche i teofillinici inducono reflusso gastro-esofageo attraverso un effetto diretto sulla valvola cardiale.
“I sintomi del reflusso sono soprattutto il bruciore di stomaco ed il rigurgito che sono tipici della patologia”, ma si possono presentare anche sotto forma di “voce roca, tosse stizzosa o episodi di asma o di dolore toracico non distinguibile da quello coronarico”, chiarisce Testoni.
Per diagnosticare il reflusso nei soggetti sotto i 45 anni e con una storia breve di sintomi è possibile far assumere al paziente un farmaco che blocca la secrezione acida gastrica; la scomparsa della sintomatologia in corso di terapia conferma come il reflusso sia all’origine dei sintomi. Per gli altri soggetti è indicato effettuare come primo approccio diagnostico un’esofago-gastroscopia, che permette di identificare in modo più chiaro l’origine del problema e definire se è o meno presente uno stato infiammatorio (esofagite).
La terapia che si adotta è principalmente quella farmacologica, tuttavia in un paziente su cinque la risposta terapeutica non è soddisfacente e nella gran parte dei casi non è possibile interrompere la terapia senza incorrere in una recidiva. Per questo motivo in casi particolari è necessario intervenire direttamente sulla valvola che separa lo stomaco dall’esofago, il cardias, con un’operazione chirurgica. Questa operazione è da molto tempo condotta in laparoscopia e quindi con tecnica mini-invasiva, con un’elevata percentuale di successo. Tuttavia nel 20/30% dei casi questo intervento può non risolvere completamente la sintomatologia o dare origine ad altri sintomi. “L’intervento chirurgico ha avuto una recente evoluzione con il trattamento endoscopico trans-orale, che non richiede l’incisione dell’addome del paziente e sembra permettere risultati equivalenti” – dichiara Testoni – “questo è un approccio che richiederà ancora qualche anno per essere verificato in modo completo, ma è sicuramente una via che vale la pena di seguire, in alternativa alla terapia medica e chirurgia tradizionale o come integrazione alla terapia medica”.
Approfondimenti:
Il prof. Testoni e il reflusso gastroesofageo
La cura del reflusso gastroesofageo