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Si è tenuto lo scorso 10 ottobre, presso la sede di ab medica a Lainate (MI), un meeting organizzato da Accuray e dalla CyberKnife® Society: European Protocol Development Committee (EPDC). In questa importante occasione, il cui obiettivo era riunire i medici utilizzatori del CyberKnife® per discutere i vari protocolli di trattamento utilizzati nel mondo per i diversi distretti corporei, è stato presentato il sito “Radiochirurgia.tv” interamente dedicato alla tecnica della radiochirurgia con il Sistema CyberKnife®. Il sito approfondisce i campi di applicazione e raccoglie le esperienze dei centri italiani utilizzatori del robot e dei pazienti guariti grazie al trattamento. La scelta di integrare un momento importante come l’EPDC ed il lancio di radiochirurgia.tv non è casuale, ma giustificata dall’esigenza d’incoraggiare la comunicazione tra i medici utilizzatori, e di creare un punto di ritrovo sia fisico che virtuale per gli specialisti che vogliano approfondire questa innovativa tecnologia, o si vogliono confrontare con i propri colleghi. L'obiettivo del sito è anche, e soprattutto, quello di diventare, grazie ai servizi offerti, un vero e proprio punto di riferimento per i pazienti italiani che vogliono usufruire della tecnologia CyberKnife®.

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IL PROF. CERVIGNI E L'UROGINECOLOGIA
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Le Stroke Unit contro l’Ictus

Sul modello della Grande Guardia Francese è nato a Milano S.U.N. Lombardia Stroke Unit, il Network clinico della regione Lombardia dedicato alla cura dell’ictus.
Giuseppe Micieli, responsabile della Neurologia 1 e Stroke Unit dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, dove lavora da circa 3 anni, spiega: “Stroke Unit e Network nascono dalla necessità di disporre di una struttura interamente dedicata alla cura e gestione di questa patologia e rappresentano l’aspetto cruciale del momento organizzativo dedicato alla malattia celebro-vascolare in fase acuta.”
La struttura organizzativa delle Stroke Unit si concretizza sia a livello pratico, con l’utilizzo di letti per la degenza (semi-intensiva) e personale qualificato dedicato all’80% alla cura della malattia celebro- vascolare, sia attraverso la convergenza multidisciplinare all’interno dell’unità per la cura del paziente (neurologo - ortopedico - fisioterapista - logopedista - ecc).

Le possibili complicanze indotte dell’ictus: infettivologiche, pneumologiche o, in particolare, l’infezione delle vie urinarie, richiedono infatti che la stroke unit all’interno della struttura ospedaliera sia a contatto con reparti a maggiore intensità di cura che permettano consulenze da parte di altri specialisti. Ad esempio, “dopo 24-48 h dal ricovero,” spiega il dott. Micieli, “interviene il fisioterapista e quindi il riabilitatore, con un percorso di recupero immediato e personalizzato, percorso che il paziente può proseguire in ospedale o a domicilio.”
I risultati raggiunti dalle Stroke Unit, prosegue, “hanno valore soprattutto sul piano del risparmio reale raggiunto in queste Unità Operative in termini di mortalità e disabilità, risparmio nell’ordine del 9% di riduzione del rischio assoluto. Inoltre la durata della degenza è mediamente inferiore di almeno 3 giorni rispetto ai reparti generalisti, mentre vi si riduce drasticamente la mortalità, quasi il 50% in meno, rispetto a quello che accade nei reparti non specializzati.
Da ormai quasi 10 anni inoltre all’interno della Regione Lombardia esiste un network delle Stroke unit lombarde: 36 unità operative che si sono consorziate e attualmente gestiscono un registro dati attivo dal gennaio 2007 sui pazienti che affluiscono ogni anno. Il registro è in realtà uno strumento d’informazione e condivisione di dati e di modellistica assistenziale, ed ha una funzione di controllo di qualità sull’attività svolta all’interno dei vari centri, ad esempio monitorando e raccogliendo dati sulle tempistiche di effettuazione della Tac in un paziente appena arrivato in pronto soccorso, piuttosto che di esecuzione del trattamento trombolitico o dell’attivazione delle procedure endovascolari o chirurgiche in casi selezionati etc.
Il fattore tempo è difatti fondamentale per il successo d’intervento in caso di ictus; per questo riconoscere i sintomi in modo tempestivo può determinare un vantaggio non indifferente per l’equipe medica.
Il professor Micieli riassume i sintomi dell’ictus in cinque aree: “1) disturbo improvviso di forza a un braccio, a una gamba, a tutta la metà del corpo o un disturbo della sensibilità, sempre improvviso, che riguardi lo stesso lato del corpo; 2) alterazione dell’equilibrio, incapacità a stare in piedi o difficoltà a muoversi e camminare in modo corretto; 3) confusione o disturbo del linguaggio che compare improvvisamente; 4) qualche volta abbiamo solo un disturbo della vista, anche questo improvviso; 5) la cefalea particolarmente violenta, intensa nel mezzo alla nuca, disturbo più tipico di certe forme di tipo emorragico.”
La variabilità di intensità e tipologia di questi sintomi può però far si che il paziente minimizzi questi avvertimenti. E non si rechi immediatamente al pronto soccorso, determinando le modalità d’interevento di cui dispongono i medici.
Come sottolinea dott. Micieli, infatti: “intervenire entro le prime 3-4 ore, significa effettuare i trattamenti ottimali per l’ictus ischemico, chiudendo un’arteria per la presenza di un embolo o di una placca ed intervenendo con una trombolisi, ovvero con una frammentazione del trombo. Questa terapia è applicabile solo dopo aver accertato con una TAC che l’ictus non sia emorragico.
Diversamente, se si arriva entro le 6 ore ci sono margini di trattamento non più per via endovenosa con il trombolitico ma procedure di tipo meccanico di rivascolarizzazione endovascolare. Sarà allora necessario fare un angiografia per individuare, attraverso un catetere introdotto di solito per via femorale, qual è il vaso ostruito a livello cerebrale. Si tratta di sbloccare, meccanicamente o chimicamente, questo tipo di ostruzione permettendo, nel tempo in cui il cervello può ancora riprendersi se nutrito con un’adeguata quantità di ossigeno, glucosio, e nutrienti, di ricanalizzare l’arteria e fare in modo che la zona di cervello non muoia.”




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