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La fibrillazione atriale è una patologia caratterizzata da una irregolarità dell’attivazione elettrica degli atri del cuore, due delle quattro camere cardiache. Come spiega il dott. Mauro Cassese, direttore del reparto di cardiologia e cardiochirurgia del Sant’Anna Hospital di Catanzaro: “la fibrillazione atriale è una malattia nella malattia, ovvero tende a presentarsi, almeno in cardiochirurgia, in maniera concomitante ad altre patologie cardiocircolatorie come l’ipertensione arteriosa, la malattia coronarica, ma soprattutto le malattie valvolari. Risulta infatti molto frequente sia nell’insufficienza che nella stenosi della valvola mitralica, ed in una percentuale intorno al 4 /5% dei pazienti che vanno incontro a bypass aorto-coronarico”.
Questa patologia, la più comune fra le aritmie cardiache, può essere cronica, ovvero persistente, oppure parossistica, con episodi di durata variabile da pochi secondi ad alcune ore o giorni. Questi ultimi, spiega il dott. Cassese, “sono i casi in cui generalmente si presenta una sintomatologia molto evidente al paziente, il quale avverte un senso di palpitazione intratoracico, con una sensazione associata di risalita in gola del cuore, accompagnata da una sensazione di nausea e da capogiri e, talvolta, di svenimento nei casi in cui il cuore raggiunge una frequenza estremamente accelerata.”
La fibrillazione atriale è causa di significative complicazioni cardiovascolari e di una riduzione della sopravvivenza a distanza, ed è spesso conseguente ad una terapia anticoagulante orale, che espone il paziente a un rischio del 2 /3% per anno di vita post operatorio, ad incidenti tromboembolici o emorragici con conseguenze talvolta devastanti.
Questi dati, spiega il dott. Cassese, “indicano la necessità di intervenire in modo diretto con una tecnica chirurgica in grado di risolvere in modo definitivo il problema coagulazione. Questa tecnica operatoria, definita ablazione, è eseguibile con diverse fonti di energia, ma utilizza principalmente radiofrequenze, in particolare bipolari, e permette attraverso una serie di lesioni lineari di ottenere un labirinto capace di eliminare da un lato la fibrillazione atriale e, dall’altro, di ristabilire il ritmo sinusale, cioè il ritmo regolare e il battito regolare cardiaco.” L’operazione viene praticata nei laboratori di elettrofisiologia in transcatetere, ad oggi il primo passo verso il quale il paziente viene indirizzato qualora i farmaci non siano in grado di ottenere un controllo della frequenza cardiaca e del ritmo cardiaco. Nel caso in cui l’ablazione transcatetere non sia praticabile, è possibile eseguire, limitatamente all’ablazione delle vene polmonari destre e sinistre, un’ablazione endoscopica.
Questa operazione permette dunque di abbandonare la terapia anticoagulante orale e, in dieci anni, ridurre del 20 /30% il rischio di eventi tromboembolici e emorragici generalmente cerebrali. Un vantaggio cui si somma un beneficio di tipo pratico: “non sarà infatti più necessario recarsi al centro trasfusionale o nel laboratorio per eseguire il cosiddetto INR (International Normalised Ratio) o tempo di protrombina, ossia la misurazione del tempo necessario alla formazione del coagulo di fibrina; come non sarà più necessario attendere la validazione e la consegna della dose di terapia anticoagulante da seguire” - spiega il dott. Cassese - “si risparmierà in tempo, si eviteranno le file, le lunghe attese e, soprattutto, non sarà più necessario andare due o tre volte al mese in un centro trasfusionale.”