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L’osteoporosi è un dismetabolismo osseo, una patologia che implica un difetto nel ricambioosseo all’interno dello scheletro. Colpisce soprattutto le donne oltre i 65 anni in età postmenopausale e si manifesta principalmente con fratture spontanee che colpiscono prevalentemente i polsi, i femori e la colonna vertebrale. Queste ultime, altamente invalidanti, interessano una grossa percentuale di pazienti ed hanno un cospicuo impatto sociale, in quanto la paziente, afflitta da questo problema, generalmente perde di mobilità e di qualità di vita. Il dott. Giovanni Carlo Anselmetti, responsabile del servizio di radiologia interventistica all’Ircc di Candiolo spiega che “questa patologia stimola un circolo vizioso: individui che fino al giorno prima erano completamente attivi e autosufficienti, iniziano, con l’aggravarsi della malattia, a manifestare una sindrome depressiva che li porta a un peggioramento importante della qualità di vita.”
“Fino a qualche anno fa” - prosegue il dott. Anselmetti - “questo tipo di fratture vertebrali veniva curato con la terapia analgesica, che comprendeva antidolorifici non steroidei fino all’utilizzo di oppiacei come la morfina e al posizionamento di un busto che, pur togliendo il dolore, limitava fortemente la mobilità.” Ad oggi, nonostante esistano farmaci specifici per la cura dell’osteoporosi (es. i bifosfonati, il paratormone, etc.) vi sono pazienti che continuano ad avere dolore dovuto ad un’impotenza funzionale causata dal mancato o incompleto riconsolidamento delle fratture vertebrali. In questi casi, aggiunge il dott. Anselmetti: “si valuta la possibilità di un intervento mininvasivo quale la vertebroplastica percutanea o la cifoplastica percutanea che, in anestesia locale e in regime di day surgery, permettono al paziente di consolidare artificialmente le fratture ossee vertebrali e conseguentemente di migliorare la qualità di vita, con una repentina riduzione della sintomatologia dolorosa.”
Queste procedure, generalmente eseguite da radiologi interventisti, ortopedici, neurochirurghi, e anestesisti, consistono nell’iniettare sotto guida radiologica che permette l’individuazione della vertebra lesionata e del punto d’accesso, sostanze quali il polimetilmetacrilato, cemento osseo acrilico, o di cementi ossei biologici che permettono una ricostruzione spontanea dell’osso. Le sostanze, iniettate all’interno del corpo vertebrale, si consolidano in pochi minuti e determinano una ricalcificazione artificiale della vertebra e della frattura in brevissimo tempo.
La vertebroplastica consiste nell’iniezione del cemento osseo attraverso il posizionamento di un ago di piccole dimensioni e “non è utile unicamente nella cura dell’osteoporosi degenerativa, ma anche nell’ambito della patologia metastatica, attraverso il trattamento di pazienti affetti da metastasi in svariate sedi scheletriche, come il femore, il bacino, la tibia, l’omero, ma anche le dita delle mani” prosegue il dott. Anselmetti.
L’esecuzione di questo tipo di terapia mininvasiva tuttavia non cura la malattia che ha provocato le fratture (l’osteoporosi o il tumore), ma solo le complicanze ad esse correlate. Per questo i trattamenti mediante vertebroplastica o cifoplastica non escludono le terapie normali, ovvero la chemioterapia e la radioterapia in caso di tumore e le terapie mediche standard nei pazienti affetti da osteoporosi. “In questi casi debbono essere assolutamente integrate al fine di prevenire la formazione di nuove fratture”, chiarisce il dott. Anselmetti.
“L’utilizzo di queste nuove tecnologie e l’integrazione con la cura medica” - sottolinea infine il dott. Anselmetti - “devono, infatti, sempre essere discusse collegialmente, ossia che non vi sia soltanto il radiologo interventista, ma anche l’ortopedico, il neurochirurgo o l’anestesista: un’equipe in grado di definire nel migliore dei modi il percorso specifico per il singolo paziente.”