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La coartazione dell’aorta è una delle cardiopatie congenite più importanti: con un’incidenza all’interno di tutte le cardiopatie tra il cinque e l’otto percento, colpisce maggiormente i soggetti di sesso femminile con un rapporto di tre a uno rispetto ai maschi.
“La patologia può manifestarsi in modi differenti nei diversi periodi della vita: ad esempio, può esserci una diagnosi alla nascita con manifestazioni cliniche molto importanti, come uno scompenso cardiocircolatorio legato all’incapacità del cuore di adattarsi in modo sufficiente a un restringimento della aorta” - spiega il dott. Massimo Chessa, esperto in cardiopatie congenite presso il Policlinico di San Donato - "in altre situazioni, la zona di restringimento dell’aorta non è così importante da determinare un quadro clinico immediato, ma permette al cuore e al ventricolo sinistro di adattarsi, conseguentemente il bambino cresce e la diagnosi può essere fatta più tardivamente”.
Il sospetto diagnostico nasce per ragioni come l’assenza di pulsazione delle arterie femorali di un bambino o la comparsa dell’ipertensione arteriosa nell'adolescente e nel giovane adulto. La diagnosi avviene generalmente grazie ad un ecocardiogramma che permette di visualizzare la parte ristretta e valutare funzionalmente, con il doppler e con il colordoppler, la presenza di questa zona di restringimento. Qualora vi sia la necessità di un’ulteriore definizione anatomica, si può ricorrere a un cateterismo cardiaco e quindi ad una valutazione angiografica, oppure a una risonanza magnetica che permette una ricostruzione tridimensionale del vaso aortico e una possibilità di valutare le opzioni terapeutiche in modo più accurato.
Le opzioni terapeutiche possono essere sia chirurgiche che percutanee: ovvero il trattamento mediante l’utilizzo di cateteri introdotti dai vasi femorali. “Dal punto di vista chirurgico”, spiega il dott. Chessa, “si possono ricordare principalmente tre diverse tecniche: ‘il posizionamento di un patch’, che consiste nell’incisione della zona ristretta e nell’applicazione di un patch di tessuto per allargare questa porzione del vaso aortico. ‘il posizionamento di un condotto, nel quale viene asportata una porzione della zona a monte e a valle della parte ristretta e applicato un piccolo condotto che s’interpone tra i due monconi del vaso aortico. Ed infine, la procedura più utilizzata per i pazienti in età neonatale e in età pediatrica: la tecnica termino-terminale, così definita perché, dopo la sezione e l’asportazione di una porzione a monte e a valle della zona ristretta, viene eseguita un’anastomosi diretta, ossia un ricongiungimento diretto dei due monconi a monte e a valle in grado di ricreare la giunzione completa del vaso".
“Il trattamento chirurgico è, ” a giudizio del dott. Chessa, ”più indicato in età neonatale; dopo i 25/30 chili di peso invece, è possibile approcciare il problema con una tecnica percutanea, ovvero mediante l’interposizione di uno stent, una sorta d’impalcatura metallica cilindrica che viene posizionata attraverso una guida che permettere di liberare lo stent che viene dilatato per provocare un allargamento della zona ristretta”.
È importante rilevare che sia dopo la chirurgia che dopo il trattamento percutaneo è possibile che la zona su cui si è intervenuti abbia un nuovo restringimento determinato dalla crescita del soggetto, e per tale motivo può essere necessaria una seconda procedura. Il dott. Chessa spiega che: “generalmente in caso di ristenosi - ovvero quando la differenza pressoria tra la porzione a monte e la porzione a valle dell’aorta è superiore ai 25/30 millimetri di mercurio – il secondo trattamento è una procedura percutanea e consiste, qualora la ristenosi si rimanifesti dopo il posizionamento di uno stent, in una seconda e talvolta una terza dilatazione dello stesso, fino a ottenere i risultati prefissati”.
Per questo motivo è fondamentale monitorare il risultato terapeutico mediante il controllo della pressione arteriosa, dell’elettrocardiogramma sottosforzo e, se vi è stato il posizionamento di uno stent, può essere utile eseguire una TC Spirale, che permetta una visualizzazione dello stent e una ricostruzione tridimensionale del vaso.
“I risultati dell’intervento percutaneo” - conclude il dott. Chessa - “sono generalmente ottimi: l’indice di recidiva dopo procedure di questo tipo è difatti inferiore al 10%”.