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Quest’anno si celebrano i sette anni della radiochirurgia Cyberknife® in Italia. La tecnologia Cyberknife® è stata Introdotta nel 2003 nel centro di Vicenza e adottata in seguito da numerosi centri italiani e molti pazienti hanno già beneficiato del trattamento. Cyberknife® è un sistema di radiochirurgia non invasiva alternativo alla chirurgia tradizionale per la cura di patologie maligne, benigne, malformative o funzionali. Il trattamento radiochirurgico somministra alte dosi di radiazioni con estrema precisione, avviene senza ricovero in regime ambulatoriale ed è completamente indolore. Cyberknife® offre nuove opportunità ai pazienti con tumori inoperabili e a coloro che soffrono di complicanze cardiache o respiratorie tali da impedire l'intervento chirurgico. Di recente è stato realizzato il sito http://www.radiochirurgia.tv/ interamente dedicato alla radiochirurgia Cyberknife®, agli ambiti d’applicazione, alle modalità e alle testimonianze dei pazienti curati che invito a visitare.

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La radiologia interventistica in Italia

La radiologia interventistica comprende un insieme di procedure invasive o mini-invasive diagnostiche o terapeutiche, effettuate mediante la guida e il controllo delle metodiche di imaging (eco, TC, fluoroscopia).
Il dott. Franco Orsi, direttore dell’unità di radiologia interventistica presso l’Istituto Europeo di Oncologia, Comprensive Cancer Center di Milano, si occupa in particolar modo della gestione della patologia in ambito epatico e spiega: “ci interfacciamo essenzialmente con due tipologie di pazienti: chi è affetto da una patologia primitiva epatica o epatocarcinoma, evoluzione oncologica di una patologia infettiva, principalmente epatite virale e colangiocarcinomi e, in misura maggiore, pazienti portatori di metastasi epatiche, secondarismi da tumori primitivi che insorgono in altri organi”.
Il trattamento, talvolta simile in entrambi i casi, è di tipo locoregionale, ovvero un approccio diretto nei confronti dell’organo o del tumore che, come le alternative chirurgiche, si differenzia dall’approccio sistemico, tradizionalmente affrontato attraverso terapie antiblastiche.

Nei pazienti portatori di epatocarcinoma la radiologia interventistica è spesso considerata la prima scelta in termini di trattamento. Come spiega il dott. Orsi: “soprattutto nella fase iniziale della malattia, il piccolo nodulo tumorale viene eliminato mediante la termo- ablazione, che agisce sfruttando l’energia termica. Il tumore viene bruciato insieme ad una parte di parenchima circostante, mediante l’ausilio di un ago elettrodo, introdotto nel tumore attraverso la cute mediante guida ecografica o TC, e connesso ad un generatore di radiofrequenza. Il circuito viene chiuso attraverso delle placche adesive che costituiscono la terra del circuito mentre, sull’estremo distale di quest’ago, si propaga una temperatura che tende a diffondersi occupando lo spazio della lesione trattata e l’immediata vicinanza del parenchima epatico che ospita la lesione stessa. Il tumore viene distrutto con il calore poiché le cellule neoplastiche non sopravvivono ad una temperatura superiore a 54°/56° per oltre un minuto; in genere le temperature che raggiungiamo con la termo ablazione sono decisamente superiori e questo rende la metodica particolarmente efficace”.
Inoltre, aggiunge il dott. Orsi: “C’è il grande capitolo dei trattamenti intrarteriosi.Tutte le lesioni epatiche sono prevalentemente, se non esclusivamente, vascolarizzate dall’arteria epatica e quindi l’idea è di utilizzare la via di apporto ematico alle lesioni per somministrare farmaci o sostanze che raggiungano le lesioni nel fegato. Fanno parte di questi trattamenti la chemioembolizzazione, indicata soprattutto per gli epatocarcinomi, e la chemioterapia intrarteriosa, indicata soprattutto nel trattamento delle metastasi epatiche. La prima, consiste nell’individuare in modo selettivo i vasi che portano sangue al tumore ed iniettare nel loro interno un farmaco antitumorale miscelato a sostanze embolizzanti (liquide o particolate), che verranno trasportate all’interno del tumore dal sangue. A questo livello le sostanze embolizzanti impediscono l’alimentazione del tumore e contemporaneamente il farmaco antiblastico agirà direttamente uccidendo le cellule tumorali. Un’evoluzione di questa tecnica è costituita dalla radioembolizzazione, dove le particelle iniettate nel vaso selezionato, raggiungono il tumore all’interno del quale si bloccano in virtù del fatto che il loro diametro raggiunge il diametro dei vasi tumorali, fino a ostruirli; qui le particelle cominceranno a emettere radiazioni che distruggeranno il tessuto”.
La chemioterapia intrarteriosa consiste nell’avanzare un catetere all’interno dell’arteria epatica principale, chiudere tutte le afferenze arteriose che portano il sangue al di fuori del fegato, ed iniettare farmaci antiblastici ad alta concentrazione con lo scopo di raggiungere tutto il fegato. Questa terapia è indicata nei casi di multiple lesioni epatiche. L’azione antiblastica è notevole e senza effetti collaterali sistemici. Un ulteriore aggiornamento tecnologico nei trattamenti intrarteriosi è costituito dall’impiego di particelle di piccolissime dimensioni, impiegate anche dal dott. Pedicini, radiologo interventista presso l’unità operativa di radiologia interventistica dell’Istituto Clinico Humanitas, che si occupa, nel suo dipartimento, di trattamenti dell’epatocarcinoma tramite embolizzazione. “La nostra esperienza è legata principalmente all’utilizzo delle Embozene, particelle di dimensioni estremamente ridotte (40 micron), in grado di raggiungere i vasi tumorali più piccoli e distali. La tecnica dell’embolizzazione prevede il cateterismo selettivo dell’arteria epatica principale e delle diramazioni periferiche più distali, dirette al tumore, il tutto utilizzando l’arteria femorale, previa anestesia locale. Il trattamento è ben tollerato dal paziente e consente, attraverso la “navigazione” nelle arterie, di andare a bersagliare selettivamente l’area vascolarizzata, il punto cioè in cui è localizzata la lesione focale tumorale, in modo da salvaguardare la vascolarizzazione dei territori limitrofi e conseguentemente di salvaguardare le parti sane del fegato. La cura dei pazienti con HCC tramite embolizzazione rappresenta un’alternativa ad altri tipi di trattamento, quali la chirurgia. La selezione dei pazienti sottoposti a questa procedura prevede una stretta collaborazione tra il radiologo interventista e i clinici e i chirurghi”.
Un’ulteriore possibile evoluzione futura per quanto riguarda i trattamenti sostanzialmente definiti non invasivi delle lesioni epatiche è costituita dagli ultrasuoni Focalizzati HIFU (High Intensity Focused Ultrasound).
Gli ultrasuoni, spiega il dott. Orsi: “vengono concentrati in un punto definito geometricamente, dove il suono trasferisce tutta l’energia meccanica. L’interazione dell’energia nel punto di focalizzazione con il tessuto biologico, trasformandosi in calore distrugge in tempi rapidissimi le cellule. La tecnica è resa possibile grazie l’associazione di un trasduttore di ultrasuoni focalizzati a metodiche di imaging (eco o RM) che permettono di indirizzare con precisione il punto focale in corrispondenza della lesione da trattare, dall’esterno, senza tagli o fori della cute. I tessuti attraversati dagli ultrasuoni non subiscono danni se non in corrispondenza del punto focale, dove cioè è convogliata tutta l’energia del fascio acustico”.
“Gli ultrasuoni” aggiunge “sono un’energia pulita, non sono radioattivi e quindi assolutamente ripetibili; la prima macchina installata in Italia è qui presso l’Istituto Europeo di Oncologia. Attualmente gli ultrasuoni focalizzati vengono utilizzati in ambito di ricerca clinica per il trattamento delle lesioni pancreatiche non operabili, delle lesioni epatiche, delle lesioni ossee, dei fibromi uterini e del piccolo tumore della mammella”.




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