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L’ernia del disco è solo una parte, anche se cospicua, delle patologie che rientrano nell’ambito delle rachialgie, ovvero dei dolori alla schiena. Uno studio americano “parla di 2,5 milioni di persone operate all’anno di ernia e di qualche milione di pazienti che soffrono di rachialgie, inserendo questa patologia tra le più frequenti al mondo” spiega il dott. Nello Francesco Bottinelli, specialista in Ortopedia, Traumatologia e Chirurgia Vertebrale presso la Casa di Cura Columbus di Milano.
L’ernia del disco viene chiamata in diversi modi, tra cui protusione, bulging. In realtà, il significato di questi termini indica una cosa sola, ovvero la presenza di un conflitto tra un disco intervertebrale e le radici o il midollo.
“Il disco vertebrale”, spiega il dott. Bottinelli, “è costituito da due componenti fondamentali: il contenitore esterno, detto anulus fibroso, e la parte interna denominata disco intervertebrale vero, il cosiddetto nucleo polposo.
Si è in presenza di ernia quando si verifica un cedimento delle fibre che costituiscono l’anulus fibroso, facendo si che il nucleo polposo in esso contenuto migri nella parte centrale o laterale fino a fuoriuscire completamente. In questo caso si tratta di ernia espulsa che è altra cosa rispetto al tipo di trattamento di cui parleremo”.
I fattori che determinano il generico mal di schiena sono molteplici: ad esempio la postura inadeguata, la scoliosi, il peso corporeo. Le cause possono essere identificate a seconda del tipo di dolore di cui si soffre, che può appartenere alla sfera muscolare, alla sfera artrosica, o essere un dolore da trauma, per esempio dovuto a cedimenti vertebrali.
“L’insorgere dell’ernia” spiega il dott. Bottinelli, “è dovuto presumibilmente al fatto che, nella nostra evoluzione da animale a quattro zampe ad animale a due zampe, siamo diventati eretti e quindi la colonna vertebrale ha cambiato tipo di biomeccanica. I dischi intervertebrali, che sono i soggetti interessati dalle ernie, funzionano come degli ammortizzatori: quando l’ammortizzatore si schiaccia e migra del materiale, possiamo parlare di un conflitto tra il disco che sporge all’interno del canale, dove ci sono il midollo e le radici sensitive e motorie”.
Per intervenire sul problema “le strade perseguibili sono due: una di tipo conservativo e l’altra interventistica”. - spiega il dott. Bottinelli – “La strada conservativa implica della fisioterapia ed è un’evoluzione in questa direzione, ricorrendo a terapie mediche, chiropratici, osteopati ecc.; l’approccio interventistico invece è una chirurgia preventiva mininvasiva che è utile evidenziare in una fase abbastanza iniziale di questa malattia quando, facendo una risonanza o una Tac, è certo che ci sia un problema specifico di un’ernia del disco. Vale la pena in questo caso avere un approccio mininvasivo e superselettivo utilizzando una metodica, l’innesto della protesi Discogel. Questo tipo d’intervento mininvasivo, che si può fare in molti casi anche in anestesia locale, prevede una compressione selettiva e l’introduzione della protesi Discogel nel disco con due effetti fondamentali: una disidratazione parziale del disco che viene sigillato con il materiale introdotto per evitare che ci sia un’ulteriore fuoriuscita di materiale, e una rigenerazione del disco resa possibile dall’introduzione del materiale che farà da ammortizzatore”.
La durata dell’intervento varia a seconda degli spazi che vengono trattati, come spiega il dott. Bottinelli: “Nella mia esperienza personale nella stessa seduta abbiamo fatto 4 spazi lombosacrali; per quanto riguarda invece le tempistiche di ripresa, queste variano a seconda del soggetto: i pazienti possono camminare e stare sdraiati, ma poco seduti perché così facendo il carico sugli ammortizzatori aumenta fino a 120 volte, quindi si schiacciano, e questo è assolutamente sconsigliato per i primi 7/10 giorni. In ogni caso di norma viene fatto un controllo a distanza di un mese utilizzando una Tac 3D dove viene visualizzata la protesi posizionata grazie al tungsteno radio opaco contenuto nel Discogel che permette di visualizzarne la collocazione.
Le percentuali di successo dei pazienti sono molto alte, tra l’87 e il 91%. I pazienti con cui non si saranno ottenuti i risultati sperati affrontano in seconda battuta un up-date chirurgico”.
Come sottolinea il dott. Bottinelli infine: “La scelta del tipo di trattamento per la cura dell’ernia non è scontata: dipende da numerosi fattori legati all’individualità specifica del paziente, alle sue esigenze, alle sue aspettative per il post operatorio, al tipo di patologia, allo stato dei dischi e al lavoro che il paziente svolge”.