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Il reflusso gastro-esofageo è una patologia molto comune: si calcola infatti che circa il 10% della popolazione adulta nel mondo occidentale ne sia affetta in maniera più o meno grave, mentre a causa della globalizzazione della dieta, l’incidenza sta aumentando anche nei paesi dell’estremo oriente come Giappone, Cina e Corea.
“I due sintomi fondamentali della malattia”, spiega Guido Costamagna, professore di chirurgia all’Università Cattolica di Roma e direttore dell’unità di endoscopia digestiva del Policlinico Gemelli, “sono il rigurgito, quindi il ritorno dallo stomaco verso l’esofago e la bocca del contenuto gastrico e siccome questo contenuto è acido l’altro sintomo fondamentale è costituito dal bruciore retrosternale che in termini tecnici si chiama pirosi”.
A questi due sintomi fondamentali si accostano una serie di sintomi meno tipici o extraesofagei come la tosse che può trasformarsi in vere e proprie crisi asmatiche, laringiti, faringiti posteriori ed anche di otiti, sintomi apparentemente attribuibili a un’altra area d’interesse, ma che in realtà sono secondari a una malattia da reflusso gastro-esofageo. Infine, un altro sintomo di questa patologia che porta molte persone in pronto soccorso è il dolore toracico che può simulare un dolore cardiaco da coronaro-spasmo.
“I pazienti che hanno questo tipo di sintomatologia,” spiega il prof. Costamagna, “devono eliminare dalla dieta alcuni cibi o alcune bevande che stimolano la secrezione acido-gastrica e che non solo stimolano la produzione dell’acido ma rilassano ulteriormente lo sfinteresofageo inferiore ovvero quel muscolo che compartecipa insieme a tante altre strutture a questo meccanismo valvolare che è situato alla giunzione tra l’esofago e lo stomaco e che dovrebbe impedire la risalita nell’esofago del contenuto gastrico”.
Ai pazienti si consiglia di limitare: il caffè, il tè, i cibi molto speziati, i pomodori, paste lievitate, la cioccolata, la menta, alcolici, e, aggiunge il prof. Costamagna: “giacché il reflusso è legato anche a un rallentamento svuotamento dello stomaco, si richiede di far passare almeno un paio di ore dalla fine del pasto al momento in cui ci si corica, sarebbe dunque buona norma alzarsi da tavola e fare una passeggiata. Altri consigli: dormire sul fianco di sinistra aumenta uno dei componenti della giunzione esofago-gastrica, l’angolo di His, e fa diminuire il reflusso”.
Purtroppo però, molti di questi accorgimenti non sono sempre e comunque utili, bisogna allora ricorrere a dei farmaci che riducano la quantità e la qualità del secreto gastrico, in particolare, riducano l’acido che induce i sintomi e provoca danni: un prolungato reflusso gastro-esofageo, infatti, causa lesioni alla mucosa esofagea e quindi la comparsa di esofagite.
Questi farmaci, spiega il prof. Costamagna: “sono dominati dalla categoria degli inibitori della pompa protonica a partire dall’omeprazolo per arrivare all’esomeprazolo, al lansoprazolo al pantoprazolo e al rabeprazolo, tutti farmaci che inibiscono la cellula parietale gastrica, la quale quindi non produrrà più l’acidità come di norma. Insieme a questi farmaci si possono utilizzare in qualche caso i cosiddetti farmaci procinetici, che favoriscono lo svuotamento dello stomaco - tra tutti il domperidone -, anche se alla base della terapia medica, oggi ci sono gli inibitori della pompa protonica perché sono i più efficaci”.
Nonostante tutte queste terapie, esistono pazienti che necessitano ugualmente di una correzione chirurgica definitiva, poiché è chiaro che i farmaci, benché ben tollerati non guariscono il problema all’origine ma solo i danni del reflusso.
Attualmente, il gold standard del trattamento è la chirurgia antireflusso e in particolare l’intervento di fundoplicatio, di plicatura del fondo dello stomaco attorno all’esofago secondo la tecnica Nissen-Rossetti. Ormai da molti anni questo intervento si può eseguire anche per via laparoscopica, quindi con tecniche mininvasive anche se, nonostante la modalità d’intervento sia molto efficace, esiste la possibilità di avere effetti collaterali che possano limitarne l’accettabilità da parte del paziente. Un altro problema legato a questo intervento è legato ai risultati che tendono a diminuire di efficacia nel tempo, e a distanza di 10/15 anni dall’intervento i pazienti possono soffrire di nuovo di problemi di reflusso.
Questa situazione, spiega il prof. Costamagna, “ha portato in questi ultimi anni a una ricerca sempre più intensa di alternative, gli endoscopisti nel mondo si sono sbizzarriti alla ricerca di terapie che potessero ridare continenza allo sfintere, permettere la sospensione definitiva dei farmaci, mantenere quelle strutture che sono ancora funzionanti nella valvola esofago – gastrica che invece durante la chirurgia vengono completamente demolite e nello stesso tempo idealmente che possa essere una terapia ripetibile proprio per ovviare al problema cronico che rischia di ripresentarsi”.
Le tecniche sono dunque ancora in evoluzione e, come chiarisce il prof. Costamagna, “si sta ancora cercando di capire quale sia l’approccio migliore per apporre questi punti in plastica dall’interno, utilizzando una metodica del tutto non invasiva o mininvasiva perché fatta attraverso gli orifizi naturali e di ottenere dei risultati che possano poi essere mantenuti nel tempo”.