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Le patologie discali, estremamente diffuse nel mondo occidentale, colpiscono prevalentemente la fascia d’età tra i 40 e 60 anni. Spesso causa di assenza dal lavoro, hanno inoltre un tasso d’incidenza socio-economico molto rilevante.
Come spiega il Dottor Stefano Marcia, dirigente dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Cagliari e responsabile della sezione di radiologia interventistica: “le patologie discali possono insorgere a partire dal 18esimo anno d’età, momento in cui il disco fisiologicamente inizia a degenerare. Ovviamente non tutti siamo affetti da una sintomatologia causata da una patologia discale, perché abitudini di vita e lavorative e particolari carichi cui la colonna vertebrale viene sottoposta, determinano nei differenti soggetti una degenerazione in misura maggiore o minore”.
I sintomi possono essere di diversi tipi: dalla semplice lombalgia alla lombosciatalgia, con l’interessamento di uno o entrambi gli arti inferiori, questo perché il disco intervertebrale degenerato aggetta posteriormente, sotto il carico della colonna, andando in conflitto con le strutture nervose circostanti: il territorio interessato dalla sintomatologia dolorosa sarà così dipendente dalla radice nervosa compressa ed il sintomo dolore bin è dovuto alla sola compressione, ma anche al rilascio di mediatori dell’infiammazione, all'edema ed alla stasi venosa periradicolare.
Utile dal punto di vista diagnostico è il fatto che ad ogni territorio di innervazione corrisponde una radice nervosa specifica, e quindi, individuata l’area in cui si manifestano i sintomi, si può risalire alla radice interessata.
La diagnosi delle patologie discali viene fatta sia clinicamente sia con l’ausilio dell'imaging ed in modo particolare della risonanza magnetica.
E’ importante sottolineare che la patologia discale non è l’unica causa del mal di schiena, che può avere una diversa eziopatogenesi, oppure essere multifattoriale: può essere determinato da una lesione fratturativa a carico di un corpo vertebrale, o da una degenerazione artrosica faccettale, oppure da una patologia degenerativa che coinvolge tutto il compartimento posteriore con secondaria stenosi del canale vertebrale.
Le categorie specialistiche dei medici interessate dalla patologia discale sono tradizionalmente ortopedia e neurochirurgia, ma oggi, aggiunge il dott. Marcia: “noi radiologi interventisti con l’avvento delle procedure mini-invasive siamo coinvolti sempre di più nel trattamento di questo tipo di patologia, poiché in caso di fallimento della terapia medica e riabilitativa i pazienti vengono indirizzati o a trattamenti percutanei mini-invasivi o alla microchirurgia, che hanno sostituito per la gran parte gli interventi chirurgici tradizionali”.
I trattamenti percutanei mini-invasivi sono indicati per le ernie discali contenute (o protrusione), ovvero senza che vi sia l'interruzione dell’anulus fibroso, un elemento questo molto importante perché tutti i trattamenti percutanei mini-invasivi mirano alla riduzione di volume del nucleo polposo sfruttando, per la riduzione della protrusione, il ritorno elastico dell’anulus fibroso che per questo motivo deve essere necessariamente integro.
Parleremo in modo particolare del trattamento mediante l’iniezione intradiscale con etanolo gelificato. Quest'ultimo, spiega il dott. Marcia: “è una sostanza di recente immissione sul mercato, ed è costituito da etanolo gelificato addizionato a tungsteno, in modo da essere radio-opaco durante la sua iniezione, con l'aggiunta di etilcellulosa. Quest'ultima consente la formazione di una soft protesis all’interno del disco intervertebrale in modo da ottenere la riduzione di volume dello stesso disco senza che vi sia una compromissione dell'altezza L’iniezione di etanolo gelificato avviene attraverso un ago posizionato al centro del nucleo polposo del disco intersomatico mediante guida fluoroscopica o TC, in modo da ottenere una riduzione di volume del disco e conseguentemente della protrusione con riduzione della compressione sulla radice nervosa.
È importante, aggiunge il Dott. Marcia, “iniettare l’etanolo sotto guida fluoroscopica continua, in modo da assicurarsi che non avvengano eventuali stravasi dell’etanolo stesso; da studi sperimentali quest'ultimo è stato dimostrato essere non lesivo sulle strutture nervose. Generalmente vengono iniettati circa 0,8 CC di etanolo gelificato addizionato a tungsteno per un livello lombare. È possibile trattare più livelli nella stessa seduta”.
I pazienti sottoposti a questo tipo d’intervento vengono ricoverati in regime di day surgery, la procedura ha una durata di circa un quarto d’ora e il paziente viene dimesso nel primo pomeriggio. Si raccomandano 48 ore di assoluto riposo e una settimana di riposo relativo senza particolari sforzi; dopo due settimane al paziente viene consigliata una consulenza presso uno specialista in riabilitazione e, a giudizio dello specialista, viene prescritta al paziente una terapia riabilitativa postprocedurale.