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Per ipotermia terapeutica indotta si intende un abbassamento della temperatura corporea centrale a scopo terapeutico a 32/33° rispetto ai valori normali di 36/37°. Questa tecnica viene utilizzata su tutti i pazienti affetti da sofferenza cerebrale per attenuare possibili forme di danno neurologico. “Il principale meccanismo d’azione dell’ipotermia è il rallentamento del metabolismo cerebrale, ridotto del 6-7% per ogni grado di raffreddamento raggiunto, con la conseguente diminuzione del consumo di ossigeno e di glucosio” - spiega il dott. Pietrini, anestesista e rianimatore presso la scuola di specializzazione dell’Università Cattolica di Roma. In condizioni normali, infatti, il cervello consuma una certa quantità di ossigeno e sostanze necessarie per il suo funzionamento. Quando però subisce un danno, si creano delle condizioni per cui alla cellula non arriva un apporto di ossigeno sufficiente e cade in uno stato di sofferenza cerebrale.
In questi casi si potrebbe andare incontro a un processo di morte cellulare. Riducendo l’attività della cellula si agevola quindi l’organismo nell’attivazione dei processi di riparazione. Si ricorre a questo trattamento quando tutte le altre misure medico-chirurgiche non abbiano portato a risultati soddisfacenti, ed essenzialmente in tre casi: trauma cranico, asfissia perinatale e nel post-arresto cardiaco. Il paziente viene coperto con un materassino che controlla la temperatura del corpo e che permette di abbassarla gradualmente fino ai livelli decisi. A seconda dei casi, il raffreddamento si protrae per due o tre giorni, al termine dei quali si procede a un lento e graduale riscaldamento fino al ripristino di temperature normali. Anche se si tratta di pochi gradi, questa variazione è molto importante in quanto riduce di circa un terzo l’attività metabolica dell’organismo. “Gli effetti della ITI possono essere quindi molto positivi, anche se bisogna però tenere in considerazione i possibili effetti collaterali negativi a carico soprattutto del sistema immunitario (aumento delle infezioni) del cuore (turbe del ritmo e della contrattilità), dei polmoni (turbe degli scambi respiratori) e della capacità di coagulazione del sangue”. Per tutti questi motivi il processo è strettamente controllato in modo che qualsiasi alterazione della funzione degli organi e degli apparati vitali possa essere prontamente rilevata ed efficacemente trattata. L’ipotermia in genere non porta a una riduzione della mortalità, ma i pazienti che sopravvivono hanno una migliore prognosi per quanto riguarda la loro qualità di vita - in quanto, chiarisce il dott. Pietrini – il raffreddamento corporeo, riducendo il fabbisogno di ossigeno e substrati nutritivi della cellula, consente alla stessa di porre in atto fenomeni di “riparazione”. “Grazie all’ipotermia, nell’arco di 3-6 mesi si osserva un miglioramento sia cognitivo che funzionale maggiore nei pazienti trattati con ITI rispetto a quelli non trattati. Visto da una prospettiva familiare, sociale ed economica questo può essere considerato un ottimo risultato. “Importante è anche l’approccio medico, - chiarisce il dott. Pietrini - serve grande esperienza e professionalità, ed è quindi necessario operare in Centri altamente specializzati. Al momento, in Italia, i Centri in grado di applicare questi protocolli non sono ancora sufficientemente diffusi. E’ perciò auspicabile una loro maggiore diffusione”.