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Il melanoma è la neoplasia maligna più grave che possa colpire la pelle, può originarsi sia su cute normale sia su di un nevo preesistente e il suo sviluppo può portare alla morte se non viene fermato in tempo. Negli ultimi decenni questa patologia ha avuto un preoccupante incremento di incidenza a livello mondiale ed anche in Italia, diventando ovunque un importante problema di salute pubblica.
L’elevato numero di casi riscontrati ha condotto a un miglioramento di tutti gli aspetti assistenziali di questa malattia: dalla prevenzione, alla diagnosi precoce fino alla terapia stessa. Grazie a nuove metodiche di diagnosi precoce e ad un miglioramento del processo di cura all’aumento d’incidenza riscontrato non si collega un parallelo aumento di mortalità.
In particolare, da circa un ventennio, la tecnica della biopsia del linfonodo sentinella ha rivoluzionato il trattamento di questa patologia. “Infatti” – come precisa il dott. Fantini, Direttore della Struttura Complessa di Dermatologia dell’Ospedale Manzoni di Lecco – “mentre in passato l’eventuale diffusione della patologia a livello dei linfonodi regionali restava sconosciuta fino a una manifestazione clinica, oggi si riesce ad individuare un’eventuale diffusione del melanoma dalla cute ai linfonodi regionali, anche iniziale, precocemente.” Conseguentemente la tipologia di persone che ora si sottopone alle cure chirurgiche, si è ampliata: se prima i pazienti con malattia già metastatica ai linfonodi non erano riconosciuti fino in fase tardiva - condizione che naturalmente comportava una chirurgia successiva più aggressiva e minori possibilità di risoluzione della patologia - oggi la chirurgia dei linfonodi regionali interessati può essere eseguita più precocemente. Il paziente ne guadagna sia in termini di maggiori possibilità di cura che in minori effetti collaterali. Nello specifico per quanto riguarda la terapia del melanoma degli arti inferiori, attraverso la biopsia del linfonodo sentinella si procede all’asportazione di uno o due linfonodi, localizzati di solito a livello inguinale, che fanno da filtro (“sentinella”) rispetto all’avanzata della malattia dal livello cutaneo a linfonodale. Dall’analisi istologica di questi linfonodi è possibile capire se c’è già un interessamento linfonodale e nei casi, non rari, in cui questo si verifichi, si consiglia al paziente un ulteriore procedimento chirurgico, detto linfoadenectomia. Questo trattamento consiste nell’asportazione completa della stazione linfonodale a livello inguinale e pelvico. “Per l’intervento di linfoadenectomia inguinale” – spiega il dott. Pellegrino, Direttore della Struttura Complessa di Ostetricia e Ginecologia all’Ospedale Manzoni di Lecco – “si procede mediante la tradizionale incisione parallela al legamento inguinale e quindi allo svuotamento del triangolo dello Scarpa con linfonodi inguinali, superficiali e profondi. Laddove è indicata la linfoadenectomia pelvica si preferisce invece un accesso endoperitoneale mediante chirurgia mininvasiva robotica.” Questo tipo di approccio ha molteplici vantaggi, il più importante di tutti consiste nella possibilità di eseguire una profonda e adeguata dissezione di tutto il pacchetto linfonodale: dai linfonodi retro-crurali, iliaci esterni, otturatori superficiali e profondi. La chirurgia mininvasiva robotica porta inoltre a una ridotta incidenza dei linfoceli pelvici, una minore perdita ematica intraoperatoria e una più rapida ripresa post-operatoria, i pazienti possono riprendere l’attività lavorativa già pochi giorni dopo l’intervento chirurgico stesso.